lunedì 5 settembre 2011

Edward Gordon Craig, Il mio teatro





Edward Gordon Craig, Il mio teatro
pagine 171

Indice





L’itinerario di Gordon Craig


L’Arte del Teatro


Gli artisti del teatro dell’avvenire
L’attore. ‑ Il direttore di scena. ‑ La scena e il movimento. -
L’avvenire ‑ una speranza


L’Attore e la Supermarionetta


Di alcune cattive tendenze del teatro moderno


Testi e autori drammatici, dipinti e pittori nel teatro


Il teatro in Russia, in Germania e in Inghilterra. Due lettere a John Semar.
 I. Il teatro in Germania e in Inghilterra. ‑ II. Il teatro in Russia e in Inghilterra


L’Arte del Teatro
Primo dialogo fra un uomo del mestiere ‑ il regista, e un frequentatore di teatro ‑ lo spettatore


L’Arte del Teatro
Secondo dialogo fra un frequentatore di teatro e un regista


Gli spettri nelle tragedie di Shakespeare


1 drammi di Shakespeare


Il Realismo e l’attore


I teatri all’aperto


Il simbolismo


Lo squisito e il prezioso


Per un nuovo teatro


Scena



        

L’itinerario di Gordon Craig



Edward Gordon Craig nacque a Stevenage, in Inghilterra, nel 1872, da Edward William Godwin, famoso architetto (e appassionato di teatro) e da Ellen Terry, giovane sconosciuta attrice, moglie separata del pittore vittoriano G. F. Watts. Godwin, che rimase accanto ad Ellen Terry solo pochi anni, morì quattordici anni più tardi. Ellen Terry divenne la più grande attrice dell’età vittoriana.

Craig debuttò in scena nel 1878, a sei anni, facendo una breve apparizione in Olivia, al Court Theatre. Il 28 dicembre dello stesso anno Ellen Terry iniziò la sua collaborazione artistica con Henry Irving, il maggior attore e capocomico inglese dell’Ottocento, recitando con lui, nell’Hamlet, al teatro Lyceum di Londra. Durante la seconda tournée americana di Ellen Terry ed Henry Irving, nel 1885, Teddy (Edward Wardell, per la legge, essendo questo il cognome del nuovo marito della madre) sostenne una piccola parte, quella del ragazzo del giardiniere, nel primo atto di Eugene Aram, a Chicago. Poi recitò saltuariamente - a volte soltanto come comparsa - nell’Hamlet, in Much Ado About Nothing e in Twelfth Night.
Solo quando ebbe compiuto sedici anni Ellen Terry decise di farne un attore. Ma, ha notato in seguito Craig, egli ormai era troppo autocosciente: avrebbe potuto diventare attore solo se avesse cominciato a recitare in modo sistematico da piccolo, per riuscire ad acquistare tutta l’esperienza necessaria prima di giungere all’età della ragione. Nel 1889 venne scritturato con salario, da Irving, al Lyceum, e nel cast del melodramma di Watt Phillips, The Dead Heart, apparve per la prima volta il nuovo nome d’arte di Teddy: Edward Gordon Craig.
Lo stesso anno iniziò a studiare recitazione sotto la guida di Walter Lacy, un vecchio attore, e ad istruirsi metodicamente nei vari “mestieri” del teatro. Al Lyceum si rese conto poco per volta di venir sempre additato come figlio di Ellen Terry, e di non poter quindi lavorare senza essere notato, di non poter perdersi fra gli altri, farsi strada da sé ed emergere al momento opportuno con le proprie forze. Quest’idea lo perseguitava e gli impediva anche di apprezzare il privilegio di avere due maestri come sua madre ed Henry Irving.
L’esempio e la guida di Irving, mentre in un primo tempo indussero Craig a tentarne un’imitazione che da esteriore divenne sempre più intima, determinarono poi in lui a poco a poco - col progressivo formarsi della sua personalità - un senso di insoddisfazione sempre più acuto, poiché, scrisse egli stesso, “osservando Irving nell’ultimo atto di The Lyons Mail e di The Bells, sentii che era impossibile andar oltre quel punto e mi dissi che o dovevo contentarmi per il resto della mia vita di seguire Irving e diventare una sua pallida imitazione, o scoprire chi ero realmente io, ed essere me stesso”.
Durante l’estate del ‘92, mentre il Lyceum rimaneva chiuso, Craig recitò in provincia la parte di Petruchio in The Taming of the Shrew, quella di Charles Surface in The School for Scandal e quella di Modus in The Hunchback.
Nel 1893 incontrò William Nicholson e James Pride, due giovani artisti grafici, tramite i quali scoprì il disegno e la xilografia, che divennero presto le sue passioni dominanti.
Nello stesso anno, essendosi sposato e non potendo quindi seguire Irving ed Ellen Terry nella nuova tournée americana, Craig mise in scena a Uxbridge, per uno spettacolo di beneficenza, On ne badine pas avec l’amour di de Musset. È il suo primo “tentativo” registico: la preparazione del lavoro gli richiese circa due mesi e mezzo; egli stesso disegnò le scene, aiutò i falegnami a costruirle, le dipinse e diresse le prove degli attori. Lo spettacolo fu replicato due sere, il 13 e il 14 dicembre.
Nel cast degli attori, oltre a lui che sosteneva la parte di Perdicano, c’erano Italia Conti (Camilla) e Tom Heslewood.


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Documento ricevuto da Massimo De Luca - 4 settembre 2011













Adolphe Appia, Attore musica e scena

L’itinerario di Adolphe Appia


La vita

Nella storia della scena moderna vi sono vite avventurose, appassionanti, ricche di avvenimenti, che
indicano e riassumono in sé il significato di un mondo, di una cultura: la vita di Gordon Craig, ad esempio,
quella di Mejerchol’d, o quella di Artaud. La vita di Appia è affatto diversa: la sua retraite rimane avvolta
nell’ombra, e solo a tratti lascia scorgere, come in un lampo, i dolori e le miserie di un’esistenza
perseguitata da un destino avverso.
Questa la “figura” di Appia, l’immagine mitica dell’artista; ed è certo suggestivo, ma utile forse solo in
parte, porla a spiegazione della sua esperienza estetica. È comunque insufficiente a chiarire la sua opera
e la portata delle sue teorie: si finirebbe da un lato col non dar conto dell’effettivo inserimento di Appia
nella dinamica della cultura del suo tempo, e dall’altro la sua opera correrebbe il rischio di porsi, per noi,
oggi, come una ipotesi di lavoro non utile.
È una strana biografia senza accadimenti, quella di Appia, senza uno svolgimento che non sia quello della
progettazione utopica, nella sua dimensione di polo trainante delle esperienze.
Innanzitutto le date: Adolphe François Appia nasce a Ginevra il l° settembre 1862, e muore il 29 febbraio
1928 a Nyon, nel cantone svizzero di Vaud, sul lago di Ginevra.
Uno svizzero di lingua francese, quindi, ma di mentalità germanica. Sarà il suo dramma di scrittore che
deve calare delle idee, un habitus mentale di impronta chiaramente teutonica in una favella flessibile,
limpida, guizzante, come la francese. Un altro dei suoi grandi handicaps sarà quello dell’espressione
linguistica.
La famiglia degli Appia: il padre, Louis Paul Amédée Appia (1818-1898) era un medico, uno dei fondatori
della Croce rossa internazionale. Le origini della famiglia sono piemontesi, faceva parte di un gruppo
valdese della Val d’Aosta.
Il nonno di Appia, che era un pastore protestante, si trasferì dal Piemonte prima presso Francoforte sul
Meno in Germania, e infine a Ginevra. Il padre di Appia, il dottor Louis, era un uomo severo, calvinista
convinto, che non aveva altri interessi al di fuori della sua professione. Aveva studiato a Francoforte e ad
Heidelberg, dedicandosi anche a studi umanistici (e la sua biblioteca era ricca di classici, soprattutto i
classici tedeschi); medico a 25 anni, si laureò anche a Parigi e visse tra Parigi e Ginevra prima di stabilirsi
definitivamente, nel 1849, nella città svizzera. Ne ottenne la cittadinanza nel 1860, onore riservato a
pochi, e nel 1861 fu eletto presidente della Società medica. Sua moglie Anne Caroline Lasserre era una
donna della Svizzera Romanda, tutta dedita – come dice suo figlio Adolphe – alla chiesa; essa morì quando
il figlio aveva ventiquattro anni.
Fra i parenti di Appia troviamo ben quattro pastori calvinisti.
L’ambiente in cui si venne a trovare il ragazzo era forse lontano dalla sua natura sensitiva. Adolphe era il
più giovane di quattro fratelli. Una sorella, Maria, di due anni più vecchia di lui, andò ben presto
missionaria. L’altra sorella, Hélène, di quattro anni più anziana di Adolphe, fu l’unica persona della
famiglia che comprese, almeno in parte, il fratello artista “bohemien”. I due spesso litigavano, ma Hélène
fu sempre leale verso il fratello e spesso – secondo quanto afferma il dottor Oskar Forel, nel suo
Memorandum inedito, datato 22 aprile 1960 – di nascosto lo aiutava economicamente. Fu lei che alla sua
morte raccolse e tenne gli scritti e i disegni che gli appartenevano. Prima di tutti c’è il fratello banchiere,
di sei anni più anziano di Adolphe, uomo di qualità eminentemente pratiche, che non gradiva di avere un
fratello non rispettabile. Fu la figlia di costui, Geneviève, che bruciò, alla morte di Hélène, le carte
giovanili e la corrispondenza privata di Appia.

Pagine 24

Continua ...





Titolo originale e prima pubblicazione: 
Appia, Adolphe, La mise en scène du drame wagnérien, 1892-1894, Léon Challey, Parigi 1895

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Ricevuto da Massimo De Luca - 4 settembre 2011